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mercoledì 14 gennaio 2015

Conciliazione tempi famiglia-lavoro: scambio di buone prassi in Provincia

Vi segnaliamo la seguente pagina dal sito della Provincia di Pordenone
http://www.provincia.pordenone.it/?q=node/828

Nel triennio 2011-2013 sono state 1.625 le dimissioni di neomadri in Friuli Venezia Giulia. Il profilo di queste lavoratrici è: età tra i 26 e i 35 anni, nel 52,9 per cento dei casi sono neomadri del secondo figlio, italiane nell'83,4 per cento e per il 48,4 per cento hanno anzianità di servizio compresa tra 4 e 10 anni.

Nel 54,1 per cento dei casi lasciano il lavoro per difficoltà di conciliazione dei tempi familiari, lavorativi e dei servizi. Numeri allarmanti, che rendono bene l’idea di quanto, in materia di promozione della conciliazione lavoro-famiglia, anche nella nostra Regione, ci sia ancora da lavorare. A renderli noti, la Consigliera di parità della Provincia di Pordenone, Chiara Cristini, a margine del seminario-laboratorio “Ripartire dalle pari opportunità”, promosso dalla Consigliera di parità insieme al Comitato Unico di Garanzia per le pari opportunità, per il benessere di chi lavora e contro la discriminazione dell’Amministrazione provinciale, rappresentato dalla presidente Elisa Marzinotto.

L’incontro, nato con l’obiettivo di presentare alcune delle azioni positive realizzate nel territorio pordenonese in tema di pari opportunità, fra cui, ha ricordato Cristini, la sigla di un accordo di collaborazione territoriale per la promozione della conciliazione famiglia-lavoro nel mercato del lavoro della provincia di Pordenone, sottoscritto lo scorso mese di luglio, su proposta della stessa Consigliera provinciale di parità, da Provincia, Confindustria, Confartigianato, Confcooperative, Legacoop, Confcommercio, Cgil, Cisl, Uil, Camera di Commercio, è stato l’occasione per riunire attorno allo stesso tavolo «quei soggetti, organismi di parità e pari opportunità, enti locali ed enti pubblici, agenzie formative, imprese che, da diverse esperienze e prospettive, sono impegnati a trasformare le problematiche connesse al genere in opportunità di innovazione e sviluppo socioeconomico per il territorio» ha spiegato Cristini.

IL PRESIDENTE PEDROTTI - Numeri, quelli rivelati da Cristini, contenuti pure nel Rapporto 2014 de "Il Mercato del Lavoro in Friuli Venezia Giulia", stilato dal servizio regionale Osservatorio Mercato del Lavoro illustrato nei giorni scorsi, nel Palazzo della Regione, ad Udine, meritevoli di una riflessione anche da parte del Presidente della Provincia, Claudio Pedrotti: «Colpisce come, nel contesto del mercato del lavoro, relativamente all’occupazione femminile, i problemi siano sempre gli stessi, ovvero quello della conciliazione tempi di vita-lavoro che si accompagna al divario salariale fra lavoratori uomini e lavoratrici donne che, purtroppo, non solo resiste ma si è persino con la crisi, nonostante gli sforzi spesi da tutti sul tema della parità di genere». «La crisi ha colpito duro le lavoratrici, costrette non solo in molti casi a restare a casa per accudire i figli e i genitori anziani – ha proseguito Pedrotti – ma a fare pure i conti con un gap di genere che si è fortemente rafforzato, in maniera più “maligna” di quanto noi stessi percepiamo. Mi auguro che, l’incontro di oggi, rappresenti la base di partenza su cui costruire un percorso di buone prassi condivise, che possa essere seguito da ulteriori occasioni di confronto».


ANNAMARIA POGGIOLI – Parole, quelle del presidente della Provincia, raccolte anche dalla Presidente della Commissione regionale Pari Opportunità, Annamaria Poggioli: «Sul tema delle pari opportunità c’è ancora tanto da lavorare» ha osservato Poggioli, illustrando, in sintesi, i progetti che la Commissione regionale ha attivato e sta portando avanti in materia di pari opportunità, auspicando un dialogo sempre più puntuale fra istituzioni, parti sociali e mondo del lavoro: “il 71,3 per cento del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne, giornalmente la donna lavoro in media un’ora in più dell’uomo, se ha un figlio un’ora e un quarto di più. Vi è la necessità di creare una rete di servizi sui cui tutti dobbiamo convergere visto che, una donna su due, lascia il lavoro per la famiglia nonostante la necessità sempre più urgente che in ogni casa, visti i tempi, arrivino due stipendi». Dati che, non lasciano spazio all’immaginazione

giovedì 24 luglio 2014

Donne e lavoro, patto per l'occupazione

Vi riportiamo l'articolo del 23 luglio del Messaggero Veneto 


Sono oltre 300 le dimissioni di neo-madri registrate nel Pordenonese dal 2010 ai nostri giorni, a causa delle difficoltà nel conciliare tempi lavoro-famiglia, dell’impossibilità di fruire di forme di orario parziale o flessibile, della mancanza di familiari cui affidare i figli e del costo elevato dei servizi alternativi.
Sulla base di questi dati, è stato avviato uno studio - su proposta della consigliera di parità della Provincia Chiara Cristini - che ha portato a redigere un accordo pilota per la promozione della conciliazione vita-lavoro. L’intesa è stata siglata ieri, nella sede dell’ente intermedio, dal presidente Alessandro Ciriani, da Confindustria, Confartigianato, Confcooperative, Legacoop, Confcommercio, Cgil, Cisl, Uil e Camera di Commercio. Obiettivo primario del progetto la promozione di soluzioni innovative e flessibili di conciliazione, valorizzando e potenziando i servizi esistenti e creandone di nuovi, vicini alle esigenze di famiglie e imprese, per incidere sulle opportunità occupazionali dei genitori lavoratori, in particolare delle madri. Altro scopo del piano è ripensare la domanda di welfare proveniente dal mondo del lavoro in termini di opportunità di innovazione sociale ed economica, individuando soluzioni di sistema efficaci per il contesto locale. «L’accordo è una sperimentazione - ha spiegato Cristini - per affrontare in modo concreto il fenomeno della conciliazione dei tempi vita-lavoro, che abbiamo studiato in questi mesi. I dati relativi all’occupazione femminile nel mercato del lavoro della provincia sono superiori a quelli regionali e nazionali, ma inferiori rispetto al valore maschile. Non è stato quindi conseguito un quadro di completa parità nel lavoro in riferimento ad accesso e permanenza nel mercato locale. Permangono dei vincoli per le opportunità di occupabilità femminile». Sottoscrivere questo accordo, partendo da casi concreti, significa «ritrovarci con le parti sociali ogni quattro mesi - ha aggiunto la consigliera - per ragionare su soluzioni da cui ripartire per superare questa problematica». Numeri alla mano, nel 2013, il tasso di occupazione femminile è stato del 56,5% a fronte del 72,7% maschile, valori superiori alla media regionale e nazionale, mentre quello di disoccupazione femminile è di 9,5% a fronte di un 6,7% maschile. Il problema dell’occupazione “rosa” riguarda in particolare le madri con figli in età prescolare e scolare e le donne gravate da carichi di cura. «L’intesa è punto di arrivo, ma soprattutto di partenza - ha osservato Ciriani - verso la promozione di atti concreti che non riguardano il solo universo lavorativo femminile, ma i lavoratori in toto. E’ evidente che una buona qualità della vita, senza troppe ansie e preoccupazioni, farà aumentare la produttività stessa degli addetti, con benefici per aziende e famiglie». (g.s.)

martedì 15 aprile 2014

Sindacato: come contrattare la conciliazione?

Sindacato: come contrattare la conciliazione?
Pubblichiamo il post tratto da Conciliazione Plurale di Giulia Mallone
Abbiamo seguito i lavori del convegno “Contrattare la conciliazione famiglia-lavoro” organizzato a Milano dalla Cisl Lombardia


Lunedì 3 marzo presso la sede milanese della Cisl Lombardia, il Coordinamento donne Cisl Lombardia ha organizzato il convegno “Contrattare la conciliazione famiglia-lavoro”, un momento di informazione, riflessione e dibattito sui temi del welfare aziendale e della conciliazione tra tempi di vita e di lavoro rivolto a tutte le donne e gli uomini dell’organizzazione.
Come ha ricordato in apertura dell’incontro il segretario generale di Cisl Lombardia Gigi Petteni, l’iniziativa si colloca all’interno del percorso intrapreso dalla Cisl per promuovere il cambiamento a tutti i livelli dell’organizzazione. Un percorso che passa attraverso la sensibilizzazione di tutti i membri verso i temi del welfare e della conciliazione, e la riscoperta della centralità della contrattazione. Rivolgendosi alla sala gremita di colleghi, Petteni si è espresso con forza nei confronti della necessità di un cambiamento interno radicale. E’ necessario introdurre la conciliazione famiglia-lavoro nella contrattazione per eliminare quel “senso di disorientamento” che, secondo il segretario, alcuni sindacalisti ancora hanno rispetto al tema.
Come ha ricordato Petteni, il 2014 avrebbe dovuto essere l’anno della conciliazione e la Cisl intende continuare a lavorare sulle cinque direttrici indicate come prioritarie nell’ambito della Dichiarazione scritta n. 32 presentata nel 2012 al Parlamento europeo dalle Parlamentari Marian Harkin, Elisabeth Morin-Chartier, Roberta Angelilli e Jutta Steinruck:
1. Fare la differenza nella qualità della vita di ognuno, anche e soprattutto per i disabili, gli anziani e i loro familiari
2. Passare dalla teoria alla pratica nelle pari opportunità
3. Lavoratori più motivati e produttivi
4. Prevenire la povertà
5. Avere un impatto positivo sul benessere dei bambini.
Tornando invece al livello locale, anche la recente delibera di Regione Lombardia sulla valorizzazione della conciliazione e delle reti territoriali (la DGR X/1081 del 12 dicembre 2013) si prefigge di indirizzare parte dell’operato dell’amministrazione regionale verso il tema della conciliazione, continuando a puntare sulla diffusione della contrattazione. “Questi però – ha incalzato provocatoriamente Petteni - sono i tavoli su cui “si consumano parole”, talvolta con risultati insoddisfacenti: aver ottenuto che parte delle risorse fossero vincolate alla contrattazione non è infatti servito a molto, perché il sindacato non è stato in grado di contrattare questi temi come ci si sarebbe aspettati. In questo senso, affidarsi esclusivamente ai tavoli formali equivale alla morte del sindacato, perché sono i tavoli della contrattazione che ne costituiscono la storia e il futuro”. “Il lavoro vero del sindacato – ha continuato Petteni - deve essere la contrattazione, partendo proprio dai temi della conciliazione, perché l’organizzazione non si allontani dai problemi reali del Paese e dalla sua mission principale di costruire tutele dal basso per i lavoratori”.
“Per contrattare è necessario alimentare una cultura di scambio, equilibrata e giusta. I grandi cambiamenti dell’organizzazione del lavoro di questo periodo possono essere un’occasione di rinnovamento: incidere sulle scelte del Governo è possibile solo se si torna nella direzione della contrattazione, che è un’arte e come tale richiede studio e formazione”. “La giornata di oggi – ha concluso Petteni – deve “scuotere” tutti e ricordare ai delegati, che sono la vera forza del sindacato, che si deve sempre partire dal contatto diretto con i lavoratori”.
Nelle parole del segretario, il richiamo alla necessità di un atto forte di discontinuità rispetto al passato del sindacato, per poterne costruire il futuro. Certo la riorganizzazione in atto all’interno della Cisl costituisce un segnale importante, ma deve essere accompagnata da un percorso individuale di crescita e valutazione da parte di ogni suo membro. La speranza di Petteni è che la forza di discontinuità e l’idea di un sindacato “diverso” partano proprio dalle donne della Cisl e dai nuovi contenuti e strumenti che i delegati hanno dimostrato di saper mettere in campo.
In risposta alla giusta osservazione del segretario Petteni circa l’operato europeo in tema di conciliazione famiglia-lavoro, la parlamentare europea Patrizia Toia ha chiarito subito che, se indubbiamente la questione femminile e il supporto alla famiglia sono tematiche discusse all’interno delle istituzioni europee, si potrebbe certamente fare di più. “Ricordiamoci che le posizioni degli attori nazionali – ha esorditoe Toia - possono influenzare le scelte a livello europeo indirizzandone gli orientamenti, ed è quindi bene assumere una visione europea anche nelle scelte sociali, sindacali e politiche”.
Si tratta poi di un momento “strategico” per l’Italia: non solo le elezioni costituiscono una grande occasione per rinnovare la vita politica europea, ma il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell'Unione europea da luglio a dicembre 2014 vedrà il nostro Paese come protagonista di una fitta agenda di iniziative. “L’Europa sarà in Italia – ha spiegato Toia - anche “fisicamente”! L’occasione di non essere un paese marginale e influenzare l’agenda è cruciale, e bisogna “immergersi” nella dimensione europea per coglierne le opportunità ma anche e soprattutto per colmarne i vuoti”.
“Le politiche di conciliazione – ha ammonito Toia - non possono però essere soltanto una risposta al seppur drammatico gap occupazionale tra uomini e donne ma devono essere politiche più ampie per le famiglie e per l’intero contesto locale di riferimento”. Le politiche di conciliazione indirizzate alla riduzione del divario occupazionale sono una componente importante, ma ci vuole un sistema di politiche integrato, che vada dal sostegno agli oneri di cura dei figli all’educazione e fino all’active ageing e ai servizi di long-term care.
“Sarà che le politiche famigliari e sociali sono di competenza degli Stati membri – ha commentato la parlamentare - ma l’Europa è troppo cauta rispetto ai temi della famiglia. Il rispetto delle scelte nazionali è legittimo, ma l’Europa deve ricominciare a occuparsi del nucleo famigliare, comunque esso venga definito e concepito in ogni singolo Paese perché le politiche degli Stati Membri siano coerenti tra loro e con il disegno europeo”. Venendo poi alla “questione” del mancato Anno Europeo della Conciliazione 2014, Toia ha spiegato che a seguito della proposta al Parlamento europeo attraverso la dichiarazione scritta, il Presidente uscente della Commissione José Manuel Barroso ha dichiarato alla stampa di voler continuare per il 2014 a lavorare sul tema della cittadinanza iniziato nel 2013. Si è trattato di una decisione unilaterale che Toia ha definito senza mezzi termini un “atto di cecità e arroganza influenzato dalla vicinanza delle elezioni”.
Patrizia Toia ha poi concluso il suo intervento ricordando ai presenti che l’appartenenza all’Europa rimane, per noi italiani, fonte di grandi stimoli: il panorama europeo è infatti al suo interno molto diverso, e possiamo imparare dalle scelte degli altri Stati Membri. I paesi scandinavi hanno un ventaglio articolato di proposte e servizi di supporto, derivanti da una cultura politica diffusa; in Germania invece l’apertura culturale non è pari, ma la necessità di rispondere alle esigenze del mercato del lavoro, specialmente negli ultimi anni, ha portato all’offerta di contributi e servizi. La Francia invece ha attuato una politica coerente di sostegno alla natalità che non è mai variata con i cambiamenti politici al vertice, senza connotazione ideologica: assegni famigliari “forti” che possono davvero influenzare le scelte di vita, lavoro a tempo ridotto che però non è residuale ma consente mobilità di carriera e un fisco che aiuta le famiglie. L’impegno per il futuro deve essere quello di imparare, ma anche di non rinunciare a fare proposte.
La Cisl si impegna a diventare un’organizzazione sindacale del futuro attraverso un ritorno alla contrattazione sul campo e una maggiore consapevolezza dei bisogni territoriali e concreti. “Petteni ha ragione – ha chiarito subitoLiliana Ocmin, segretaria confederale della Cisl - però come Cisl chiediamo anche che il Governo si confronti con i sindacati per la costruzione di quelle politiche del lavoro che il nuovo Presidente del Consiglio sembra ritenere centrali”. “Soprattutto perché il fatto che il nuovo governo non preveda un Ministero delle Pari Opportunità e della Famiglia – ha notato Ocmin - dimostra quanto il tema della conciliazione sia trascurato, anche a fronte del problema drammatico della denatalità in Italia”. Le donne che smettono di lavorare per prendersi cura di figli e anziani – anche in una regione come la Lombardia - sono ancora troppe.
Il sogno della Ocmin: “La volontà autocritica che la Cisl dimostra deve essere funzionale al cambiamento verso un sindacato nuovo, che valorizzi le donne, faccia largo ai giovani dell’organizzazione ma si ponga anche l’obbligo morale di 'non accompagnare nessuno alla porta'. Il sindacato non può più vivere di 'rendite sindacali' ma deve cambiare veramente l’agire quotidiano attraverso un grande lavoro sulla mentalità di tutti”. Un lavoro in cui la contrattazione è la “strada maestra”: al suo interno devono trovare spazio la conciliazione famiglia-lavoro e il sostegno alle famiglie, ma anche la tutela dei diritti di tutti i lavoratori, dei giovani e degli immigrati.
“Il coordinamento donne della Cisl – ha precisato Ocmin - ha bisogno della sensibilità delle donne e nasce in un’ottica di genere. Ma lavora a beneficio di tutta l’organizzazione, per costruire un’alleanza trasversale per la famiglia all’interno della società con la speranza di recuperare terreno anche a livello europeo.”
Anna Maria Ponzellini, studiosa di organizzazione del lavoro e consulente per la società Apotema, ha sottolineato come in Italia la conciliazione sia ancora una questione di genere: sono troppi gli strumenti di ghettizzazione delle donne, mentre bisognerebbe contrattare strumenti che siano utilizzabili da tutti - uomini e donne - studiati in base ai diversi bisogni delle persone lungo il ciclo di vita. “Bisogna inoltre sempre valutare i limiti reali e i costi per le imprese, specialmente per quelle piccole. Lo stesso sistema produttivo risente della mancanza di politiche di conciliazione: si pensi all’assenteismo delle madri in malattia perché non trovano altro modo di gestire i bisogni”.
“La svolta per il sindacato – ha continuato Ponzellini - sarà puntare meno sui diritti e più sulla produttività. Madri e padri sono risorse umane e per questo vanno tutelate, non perché “casi pietosi”. Sono risorse inserite in azienda e formate, e quando lasciano l’azienda si tratta di una perdita per quest’ultima”. Certo l’incontro tra esigenze dell’impresa e dei lavoratori non è automatico ma può essere espresso, perché si tratta di interessi diversi ma non necessariamente in conflitto. “Il sindacato – ha proseguito Ponzellini - deve essere più creativo e “riprendere il controllo” sulla contrattazione attraverso maggiore competenza per gestire insieme al management l’organizzazione del lavoro. L’innovazione organizzativa in Italia è più necessaria di quella tecnologica!”.
Secondo la Ponzellini sono tre le aree principali di sviluppo della conciliazione all’interno della contrattazione:
- Innovazione organizzativa e orari flessibili
- Gestione attiva della maternità e dei congedi parentali
- Welfare aziendale.
Il tutto, a beneficio della produttività e della capacità dell’azienda di rispondere al mercato.

Giusy Amadasi, responsabile del coordinamento donne della Femca regionale, ha raccontato ai colleghi presenti la propria esperienza di contrattazione della conciliazione partita nel 2008 e recentemente rinnovata. Un accordo d’eccellenza per la conciliazione, che ha coinvolto le 350 dipendenti dell’azienda Lubiam di Mantova, nato dalla volontà della proprietà di migliorare l’organizzazione interna dei turni delle lavoratrici.
“Già nel 2006 grazie alla sensibilità della moglie dell’imprenditore – ha raccontato Amadasi – la Lubiam ha introdotto, beneficiando dell’Art. 9 della legge 53/2000, una serie di misure di conciliazione e welfare come flessibilità oraria, percorsi formativi al rientro dalla maternità, estensione del part-time, sportelli di ascolto in azienda con medici specialisti, legali e commercialisti, e accoglienza dei bambini con attività di gioco e svolgimento compiti in occasione della chiusura delle scuole. In seguito è nato il nido aziendale in collaborazione con il Comune, aperto anche a parte della circoscrizione”. Le opportunità fornite dall’Art. 9 della legge 53/2000 prima, e dai bandi regionali per il welfare poi, si sono rivelate fondamentali per la creazione del sistema. Quali sono stati i risultati per l’azienda? “Minore assenteismo, miglioramento dei rapporti interni e crescita dell’immagine dell’azienda a livello locale”, ha assicurato Amadasi.

Giorgio Caprioli, responsabile dell’Osservatorio Contrattazione della Cisl Lombardia ha presentato i risultati dell’analisi degli accordi raccolti in Lombardia per l’anno 2013. La Cisl Lombardia si impegna infatti ogni anno nella raccolta, sistematizzazione e diffusione degli accordi di secondo livello più innovativi conclusi sul territorio. Un database che contiene ormai 1.600 accordi. Di questi, fino al 2012 solo 173 riguardavano i temi della conciliazione e del welfare, mentre nel solo 2013 sono diventati 239. “La percentuale degli accordi che affrontano i temi della conciliazione e del welfare aziendale – ha commentato Caprioli - è in continua ascesa rispetto agli anni passati”.
Quali sono gli strumenti più diffusi?
Flessibbilità: flessibilità in entrata/uscita nell’arco della giornata, da part-time, banca ore, telelavoro, e job sharing
Permessi: permessi retribuiti per visite mediche, cura dei figli e altro, frazionabilità dei permessi e permessi non retribuiti
Integrazione del salario e servizi: sostegno allo studio, carrello della spesa, integrazione al trattamento di maternità obbligatoria e facoltativa, servizi come asilo nido, baby-sitting e contributi economici per la fruizione di servizi.
Prima delle conclusioni di Fiorella Morelli, Responsabile Coordinamento Donne Cisl Lombardia, la Consigliera di parità regionale Carolina Pellegrini ha preso la parola per ribadire, d’accordo con Petteni, la necessità di cambiamento e della valorizzazione della componente creativa della contrattazione. “La conciliazione non è una questione delle donne – ricorda Pellegrini – perché la famiglia è l’ossatura fondamentale della nostra società”. 
“La Cisl ha da sempre obiettivi e metodi conciliabili con il lavoro delle istituzioni – ha spiegato la Consigliera di parità - ma è fondamentale che oggi acquisisca anche competenze sulle discriminazioni di genere. Per questo con i coordinamenti regionali si è deciso di organizzare momenti formativi per diffondere le conoscenze al fine di prevenire e rimuovere le cause della discriminazione, e i corsi sono stati declinati per tutti i territori in collaborazione con le sigle sindacali e le consigliere provinciali”. Il primo corso sperimentale – con lezioni frontali, laboratori ed esemplificazioni della contrattazione - si è svolto a Lecco nei mesi di ottobre e novembre, mentre i prossimi saranno a Cremona, Milano e Brescia. “Le istituzioni – ha concluso Pellegrini - hanno bisogno del sindacato: un sindacato illuminato e non arroccato su posizioni obsolete. Per questo la speranza è di costruire con la Cisl un’alleanza sempre più forte e consolidata”.

mercoledì 23 ottobre 2013

Socrate, Platone e la conciliazione

Vi segnaliamo il seguente post tratto da:

“Educazione”, “trasmissione”, “ruoli”, “tenere a bada”, “aspettative sociali che bloccano le scelte”, “difficoltà nostra ad affrontare il giudizio altrui”.
Eleonora Cirant
Eleonora CirantCon queste parole-chiave si era aperto il terzo laboratorio del corso “Spazio alle donne“, organizzato da Pares e Provincia di Milano sul tema della conciliazione e degli avvicendamenti al femminile.
Eravamo partite in aggancio alle due giornate precedenti, nel corso delle quali Laura Papetti e Anna Omodei  avevano ricostruito una mappa della presenza femminile nei luoghi dove si decide e nelle professioni. Presenza o per meglio dire assenza, tanto più evidente data la quantità di dati e di fonti che definiscono i dettagli di una sconcertante differenza di potere e di possibilità tra uomini e donne.
Differenza sessuale che si traduce in disparità, discriminazioni, talora dominio: un processo che ha radici profonde tanto nel passato della specie quanto nella vicenda di ogni singolo individuo e che si sviluppa ancora oggi, in differenti gradi, sia nel microcosmo delle relazioni che sul piano più esplicitamente politico. Se nel macro il processo è più evidente, più difficile è svelarne le dinamiche nel quotidiano. Eppure proprio lì sta la chiave della conciliazione, come anche le testimonianze su questo blog dimostrano.
Il laboratorio si aprì dunque con i racconti personali di alcune delle partecipanti.
Credo che sia una questione di educazione e di ruoli difficili da sradicare. Nonostante io abbia cercato di dare a mio figlio e mia figlia la stessa educazione, osservo che mio figlio non accetta di essere considerato alla stessa stregua della sorella, che ci si aspetti da lui le stesse cose che ci si aspetta dalla figlia. Inconsciamente, ovviamente non lo dichiara. Ma nei fatti non dimostra di essere su un piano di parità.
Un altro stralcio:
Sia da parte della famiglia che dalla società, ci si aspetta dalla donna un certo comportamento, e questo spesso blocca la donna nelle scelte. [...] Penso che la difficoltà non venga dall’esterno, ma è nostra, di affermare i nostri interessi. Temiamo il giudizio degli altri. Ad esempio, quando io me ne sono andata dalla Sicilia rifiutando di curare i genitori anziani e malati sono stata molto criticata.

Ruoli ovvero del saper amministrare

Tra le prime chiamate in causa, la parola ‘ruolo‘ viene dal latino “rotulum”, registro.
Ruolo: “elenco di persone redatto nelle più varie organizzazioni a fini amministrativi”
Il significato originario della parola è illuminante, a proposito di conciliazione, perché il tema dell’amministrare agevola parallelismi fra famiglie e organizzazioni lavorative: ambizione del conciliare è di essere cerniera tra questi due tipi.
Seguiamo la traccia: amministrazione. Dal latino ad-ministrare, servire, governare.
Amministrare: “Prendersi cura dei beni pubblici e privati”
La pratica dell’amministrare sfuma la linea che divide pubblico e privato. E’ il tema delprendersi cura a prendere il sopravvento, insieme a quello di bene. Un bene è qualcosa cui è socialmente attribuito un valore, materiale o immateriale. Sarà importante allora definire (modificare) i parametri di valore secondo cui qualcosa è un bene – qui ci riferiamo al fatto che il lavoro domestico non è calcolato nel Prodotto interno lordo e che la scienza economica ha trascurato, salvo di recente, di quantificare e studiare il valore dei prodotti del lavoro di cura.
Ancora un passo nell’etimologia, per illuminare il soggetto che a
mministra. E’ il ministro, radice latina minus, cioè meno più il prefisso ter (che indica una opposizione tra due). Dunque ministro è il più meno di tutti. Il concetto di più e meno insieme a quello di servire, richiamano la dimensione del potere.
Il ministro (la ministra) è colui (colei) che utilizza il proprio potere per prendersi cura dei beni pubblici e privati. In virtù di questo compito è iscritto in un ruolo.
Torniamo ora al tema sui cui insistono le politiche di conciliazione, cioè quello della dinamica tra differenza e disuguaglianza.

Muovere per conciliare

Conciliare implicherebbe dunque muovere, nel pubblico e nel privato (ri-muovere ostacoli, pro-muovere buone pratiche). Implicherebbe ridefinire/riscrivere i ruoli orientati all’amministrazione, cioè al prendersi cura dei beni pubblici e privati.
Per ri/muovere ostacoli e pro/muovere consapevolezza è necessario de-naturalizzare i ruoli, svelare l’imbroglio e denunciare quando il concetto di natura viene usato per scongiurare il pericolo che le donne alzino la testa e comincino ad usarla per essere libere.

Due passi nel mondo classico

Il Novecento ha travolto i ruoli sessuali. Eppure i vecchi rotoli, scritti millenni fa, mantegono ancora il loro fascino. Anzi, di più. Nella fatica dello scrivere rotoli aggiornati, quei papiri antichi e consunti sembrano davvero l’unica fonte autorevole. Un appiglio solido nel giramento di testa provocato dall’horror vacui dell’essere umano quando è liberato dalle proprie catene.
Sfogliamone qualcuno, di quei vecchi rotoli. Lo facciamo per ricordarci da dove veniamo. Prendiamo Omero. Chi, come me, ha sudato sui suoi poemi ai tempi dell’adolescenza, forse si ricorda di quanta amara misoginia ha dovuto ingoiare, tra una rima e l’altra, e senza battere ciglio: la prof. liquidò l’argomento in poche parole: “il contesto storico dell’epoca”.
Le virtù della donna omerica: 1° bellezza, 2° fedeltà al marito, 3° competenza nei lavori di cura.

… Ci ricorda qualcosa?

Il punto uno è tutt’ora il primo obbligo sociale per una donna. Con danno doppio per noi, perché l’obbligo sminuisce il piacere e non vi è dubbio che essere belle e farsi belle sia piacevole. Il punto due sta tornando tristemente alla ribalta dopo la parentesi degli anni Settanta e della liberazione sessuale. Le adolescenti sono ancora più violente dei loro coetanei nell’etichett
are come “troia” una compagna che mostra infedeltà al ragazzo. Quanto al punto tre, accenniamo soltanto di sfuggita alla tenacia con cui le donne stesse tengono il dominio della maggiore competenza in materia di infanzia e di faccende domestiche.
Ovviamente nessuno potrebbe affermare che la condizione delle donne in Italia oggi sia paragonabile a quella delle greche omeriche. Allora il dominio maschile era fuori discussione. Oggi … oggi abbiamo la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne e contiamo “solo” qualche centinaio di femminicidi l’anno.

Torniamo in Grecia

La donna omerica è relegata all’interno della casa (oikos), non esiste al di fuori di essa. Unafuriosa misoginia straborda da tutte le fonti dell’epoca. La donna è considerata un “flagello”, il peggior male che sia accaduto all’umanità. La misoginia rimane costante e percorre i secoli dal 1000 a.c. fino ai giorni nostri.
Atene spicca nella storia greca come sinonimo di civiltà, di democrazia, di filosofia. Tra il VIII e il VII secolo prende forma la polis, la città, con i primi legislatori che fissano le leggi con la scrittura. E’ negli ultimi decenni del VII secolo che Draconte dà Atene le prime leggi. L’unica di queste leggi che ci è pervenuta vieta agli ateniesi di vendicarsi privatamente dei torti subiti.Tranne in un caso: l’adulterio.

La donna adulterata

Ad Atene un cittadino poteva ucciderne un altro solo in un unico caso e cioè qualora lo avesse sorpreso durante un rapporto sessuale con qualsiasi delle donne di casa: moglie, concubina, figlia, sorella, madre. Se l’adultero non è colto in flagrante, il cittadino colpevole riceve una punizione pubblica che tutti gli altri cittadini, non solo dal padrone di casa, avrebbero potuto infliggergli (in particolare: rasatura del pube – pratica femminile – e penetrazione praticata con un rafano). La donna invece non avrebbe potuto essere uccisa:
La donna non era mai considerata adultera, ma sempre “adulterata”, cioè vittima, anche se consenziente, della volontà altrui. La donna era considerata incapace di determinarsi, sia in bene che in male. (Eva Cantarella, L’ambiguo malanno, p. 54)

Socrate controcorrente

Socrate, controcorrente, affermò che una donna non è inferiore ad un uomo se non per diversa educazione e che le donne potrebbero avere una realizzazione spirituale e intellettuale se fosse loro concesso. La sua proposta era rivoluzionaria e non piaceva alla maggioranza degli ateniesi. “Per tutto il suo insegnamento, incluso quello sulle donne, Socrate rappresenta un elemento di rottura intollerabile” (Cantarella, p. 80).
Infatti sappiamo quale fu la sorte di Socrate. Fu condannato a morte nel 399 a.C., accusato di empietà. Sappiamo che scelse di bere la cicuta piuttosto che rinnegare le sue idee. La sua fu una condanna politica, avallata dalla maggioranza degli intellettuali dell’epoca.

Platone misogino si cava d’impaccio con la natura

Socrate aveva messo in dubbio che l’inferiorità della donna fosse naturale: aveva intuito la categoria di genere.
Il suo allievo più famoso prenderà la direzione opposta. Platone fu misogino come la maggioranza dei suoi colleghi filosofi e dei suoi concittadini.
Il problema di Platone, e dopo di lui di Aristotele, era al tempo stesso filosofico e politico. Dovevano cioè cercare di tenere insieme due affermazioni in contrasto una con l’altra: da un lato uomini e donne hanno la stessa identità in quanto specie, da un altro lato uomini e donne hanno diverse funzioni sociali, poste tra loro in modo gerarchico.
Platone e poi Aristotele incorrono in questo paradosso perché non distinguono tra sesso e genere, non hanno le categorie per discernere che un conto sono le caratteristiche sessuali primarie e secondarie (sesso), un conto il genere maschile e il genere femminile come costrutti sociali e come frutto di pratiche culturali. Vedono un disegno piatto anziché una forma tridimensionale.
Platone ne parla nella sua opera la “Repubblica”, dove afferma:
> in quanto parte del genere umano, le donne sono una parte del genere umano, dunque non presentano nessuna specificità e dovrebbero compiere le stesse funzioni dell’uomo
> la natura della donna è diversa dalla natura dell’uomo e a nature diverse corrispondono funzioni diverse
Insomma, sono uguali o diversi uomini e donne? Che cos’è la natura femminile?
Che cos’è la natura maschile?
Natura è la parola chiave del dilemma che ha attraversato i secoli e si propone ancora oggi. Ogni volta che sentiamo qualcuno spiegare un comportamento chiamando in causa la natura maschile, è ancora quella voce che parla. Un esempio tipico di questa specie di argomentazioni: “la prostituzione esiste perché l’uomo per natura deve sfogare i propri stimoli sessuali”. Lo stesso meccanismo è in atto nell’omofobia e nella ancora difficile accoglienza che incontrano sia il rifiuto e che la rinuncia della maternità da parte di molte donne.

Abitudini disfunzionali

Abitudini e schematismi sono funzionali alla sopravvivenza del singolo e della specie. La nostra vita sociale e psichica è costellata di comportamenti abituali disfunzionali, appresi in tempi remoti come risposta adattiva ed ora non più adatti alla nuova realtà. Vale per il singolo come per la collettività.
L’arruolamento delle forze maschili e femminili secondo il vecchio schema, se mai ha avuto un senso per la sopravvivenza della specie, non lo è è più. E’ evidente che la violenza sulle donne e sul pianeta è una vecchia abitudine disfunzionale.
Si potrebbe dire, della conciliazione, che aiuta a svelare i comportamenti disfunzionali in vista di un maggiore benessere della persona, delle famiglie, della comunità nel suo complesso. Perché sia possibile sono necessarie profonde rivoluzioni interiori.

mercoledì 2 ottobre 2013

Conciliare vita e lavoro: se il sindacato punta sulla contrattazione


Conciliare vita e lavoro: se il sindacato punta sulla contrattazione

Vi segnaliamo il seguente link tratto da:


Nella modernissima Lombardia, il tasso di inattività raggiunge tra le donne il 54.5%, contro il 36.5% degli uomini (dati Istat 2012). Ancora oggi le donne lavorano meno, e si prendono cura della famiglia. Se nel dibattito pubblico il tema della conciliazione vita-lavoro è ormai centrale - proprio la scorsa settimana Camilla Gaiaschi si interrogava circa la diffusione e l’utilità per le lavoratrici di queste politiche aziendali - le istituzioni lo hanno capito?
Il segretario generale della Cisl Lombardia Gigi Petteni ha recentemente dichiarato: “Come soggetto in grado di dare risposte, è compito nostro trovare un equilibrio tra le esigenze delle aziende e quelle delle persone conciliando, così, vita e lavoro” . Perseguire l'obiettivo richiede grande impegno: per questo – ci ha raccontato Paola Gilardoni, Segretario CISL Lombardia – la CISL ha deciso di dare vita a un esperimento, un nuovo progetto formativo per le donne del sindacato. “Per un buon governo della contrattazione”, è un corso di formazione rivolto alle dirigenti sindacali che operano nelle categorie dell'industria, del pubblico e dei servizi nei territori della Lombardia, nato proprio durante la fase congressuale dell’organizzazione. Nel corso dell'XI congresso della CISL Lombardia è stata infatti più volte ribadita la convinzione che la contrattazione decentrata costituisca una preziosa opportunità per sostenere le esigenze di recupero di competitività e al tempo stesso favorire il benessere delle persone. “Una pratica contrattuale – spiega la Gilardoni - che deve puntare a sostenere l'occupazione e incentivare politiche attive di lavoro, con particolare attenzione a favorire una buona occupazione dei giovani. E, al tempo stesso, deve promuovere la coesione sociale attraverso l’estensione e il rafforzamento delle tutele dei lavoratori, dei pensionati e delle famiglie”.
I due capisaldi dello sforzo di riorganizzazione e modernizzazione che la CISL ha ormai da tempo avviato - coinvolgendo inizialmente le strutture territoriali per arrivare prossimamente alle categorie – sono proprio la valorizzazione di pratiche innovative e la diffusione della contrattazione decentrata come strumento che coniughi obiettivi di miglioramento della produttività delle imprese e maggiore tutela economica e sociale delle persone. “L'esperienza contrattuale – prosegue la Gilardoni - non può però prescindere dagli uomini e dalle donne che quotidianamente fanno della negoziazione il proprio mestiere. Per questo è nata l’idea di investire sul gruppo dirigente in modo puntuale e orientato al raggiungimento di nuovi obiettivi”. In collaborazione con BilbioLavoro, Associazione Culturale della Cisl Lombardia, e con il supporto scientifico di Franca Maino e del Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell'Università degli Studi di Milano – CISL Lombardia ha dunque studiato un’offerta formativa per la crescita professionale lo sviluppo di competenze “al femminile” delle dirigenti sindacali che sono impegnate nella contrattazione aziendale, sia nel settore privato che nel pubblico.
Per la prima edizione del progetto si è scelto di formare una classe di sole donne proprio perché, in fondo, neppure la contrattazione è “neutra”. “E’ innegabile – ci spiega la Gilardoni - che capacità relazionali, convincimenti, conoscenze, sensibilità, esperienze e competenze acquisite orientano comportamenti e scelte negoziali, portando innovazione e qualificando i contenuti della negoziazione”. Non basta quindi investire sui modelli, ma è necessario puntare sulle persone: la scelta di differenziare per genere non significa voler fare distinzioni, ma al contrario promuovere nuove opportunità di crescita attraverso la valorizzazione dell’individualità di ogni membro dell’organizzazione. “Senza dimenticare – conclude la Gilardoni – che il percorso non costituisce soltanto uno strumento di valore per chi ne beneficia direttamente, ma intende rappresentare un'importante occasione di accrescimento per l'intera organizzazione della CISL Lombardia”.
Il progetto, che si compone di sei moduli di didattica frontale più la stesura di una tesina finale, è iniziato nel mese di settembre 2013 e si concluderà nell'aprile 2014. Il corso si articola attraverso lezioni frontali e dialogo con i relatori, ma anche con letture individuali, esercitazioni simulate, elaborazioni di gruppo, filmografia, e incontri di carattere culturale. I relatori sono docenti universitari e dirigenti sindacali, ma anche rappresentanti di aziende e associazioni datoriali e consulenti.